"Sissignore!" — Mt 21,28-32
"Sissignore!" Basta questa parola per dire che stiamo davvero obbedendo?
Obbedire viene dal latino ob-audire: stare davanti a qualcuno e ascoltarlo con attenzione. È interessante: nella sua radice, l'obbedienza non è prima di tutto un fare, ma un ascoltare, qualcosa che nasce da una relazione, non dalla semplice esecuzione di un ordine. Ed è proprio questa distinzione che il Vangelo di oggi ci mette davanti.
Quando eravamo piccoli ci insegnavano la disciplina. A scuola si stava in riga, e quando la maestra ci diceva di fare qualcosa dovevamo rispondere: "Sì, signora maestra!" e obbedire in fretta. Questa disciplina ci ha accompagnati anche da adulti. Chi ha fatto il soldato sa cosa vuol dire; lo sa anche chi ha un datore di lavoro esigente.
Se non seguissimo con onestà le leggi, il mondo cadrebbe nel caos e molti ne verrebbero danneggiati: ecco perché chi infrange la legge deve pagare una multa, o addirittura andare in prigione.
Forse, a volte, siamo troppo esigenti con i nostri figli e li puniamo se non obbediscono; altre volte siamo troppo permissivi e li lasciamo fare quello che vogliono. Ma è davvero questo il tipo di obbedienza che pensiamo Dio chieda a noi — e che noi dovremmo offrire a Lui?
Gesù sembra pensarla in un modo diverso. La storia del Vangelo di oggi (Matteo 21,28-32) è breve, ma va subito al cuore del problema. Un padre ha bisogno che i suoi due figli diano il loro contributo al lavoro della vigna. È un'immagine chiara di come Dio ha affidato a noi il mondo e l'umanità: si fida di noi, ci fa proposte chiare e attende da noi risposte adeguate. La domanda che il Vangelo ci lascia è proprio questa: quali delle nostre risposte soddisfano davvero ciò che Dio chiede?
Il primo figlio è forse un po' pigro, forse anche un po' ribelle: dice di no. Ma in fondo ama il padre, e alla fine va a lavorare. È diretto, immediato, magari risponde male sul momento, ma sa riconoscere ciò che è giusto e si rimette in riga.
Il secondo, invece, è tutta esteriorità: gli importa fare bella figura, ma non ha vero amore per il padre. Ha paura, per questo in sua presenza si comporta bene — "Sì, Signore!" — ma appena il padre non lo vede più, anche lui sparisce. È disciplinato, ma non affezionato. Suo fratello è ribelle, ma è un vero figlio.
Gesù ci chiede: "Chi dei due ha veramente obbedito al padre?" Ed è per questo che, guardando i benpensanti farisei, aggiunge un commento durissimo: le prostitute e i peccatori, le persone che voi disprezzate di più e considerate le peggiori, entreranno nel regno dei cieli prima di voi. Parole dure, ma chiarissime.
Il Vangelo è pieno di episodi in cui Gesù va a cena dai pubblicani, perdona le prostitute, guarisce i lebbrosi: persone che hanno saputo mostrare fiducia in lui e nella sua bontà. Gesù è andato a cena anche da alcuni farisei, ma a loro rimprovera molte cose. Li accusa di essere ipocriti e bugiardi, pur essendo, almeno all'apparenza, persone perbene.
Se applichiamo tutto questo a noi oggi, dobbiamo chiederci quanto sia profonda la nostra fede, quanto vero il nostro rapporto con Dio. Le nostre preghiere sono forse solo un modo per metterci in pace la coscienza, per mostrare agli altri che siamo persone perbene? Ma sentiamo davvero Dio presente in esse? Sono davvero una ricerca sincera della sua volontà, un esercizio per consegnare noi stessi e la nostra vita nelle sue mani? O sono, come per il secondo figlio, solo un "Sissignore" detto per convenienza, che sparisce non appena nessuno guarda?
E le persone che forse disprezziamo perché si comportano male, non pregano, sembrano arroganti: le giudichiamo troppo in fretta? Ci siamo mai chiesti perché sono diventate così? Forse, se offrissimo loro una possibilità, la stessa misericordia che Dio offre a noi, potrebbero cambiare, come il primo figlio che, nonostante il suo "no" iniziale, ha saputo ritrovare la strada giusta.
Allora, durante questa settimana, portiamo con noi due domande:
Primo: come ci comportiamo verso Dio e verso i suoi insegnamenti? Pura esteriorità, o ci mettiamo davvero il cuore?
Secondo: come giudichiamo le altre persone, specialmente chi sbaglia — con misericordia, o con rigidità?
Dio non cerca da noi un "Sissignore" pronunciato con la bocca. Cerca figli — anche imperfetti, anche capaci di dire "no" prima di dire "sì" — ma che alla fine, per amore, si rimettono in cammino verso la vigna. Che il Signore ci dia la grazia di essere, questa settimana, più simili al primo figlio che al secondo: meno perfetti in apparenza, ma più veri nel cuore.