Perdonare e pregare, due forme grandi di amore

IL VERO AMORE

Matteo 18,15-20

Il Vangelo di oggi ci provoca su tre argomenti, in apparenza, ben distinti: la correzione fraterna; Il sacramento della confessione; La preghiera fatta insieme, in comunità. Se li leggessimo come tre temi separati, rischieremmo di perdere il cuore di quello che Gesù ci sta dicendo oggi. Perché non sono tre insegnamenti diversi: sono tre volti della stessa cosa. E quella cosa ha un nome solo: l'amore; la preoccupazione per l'altro, il desiderio di salvarlo. È sempre lì che Gesù ci porta, in ogni pagina del Vangelo: l'amore è il centro, non un tema fra i tanti.

 

Partiamo dalla correzione fraterna. La prima cosa che salta agli occhi, leggendo con attenzione, è che lo scopo di questo gesto non è accusare il fratello, e tanto meno punirlo. Lo scopo è aiutarlo a riconoscere il proprio errore, perché possa correggersi e ricominciare a vivere in modo giusto. Ecco perché il primo passo è un dialogo personale, a tu per tu: è lì che le due persone possono parlarsi con più libertà, senza il peso di un pubblico. E "fraterna" vuol dire proprio questo: io mi preoccupo per te perché in qualche modo sono legato a te, e non voglio altro che il tuo bene.

Se tu non accogli quello che ti dico, allora posso portare con me una o due persone: non per fare numero contro di te, non per mostrarti che ho ragione io, ma per farti capire che non è solo un mio punto di vista, che quello che sta accadendo ha delle conseguenze anche fuori da te, anche su altri. Non c'è nulla di personale in questo. E se anche questo non basta, allora la cosa arriva alla comunità — alla famiglia, al gruppo, all'istituzione a cui appartieni, quella che in teoria dovrebbe essere per te un luogo di sicurezza e di protezione. È l'ultima possibilità che ti viene offerta per cambiare strada. Solo se anche questo viene rifiutato, allora — e forse è persino un dovere — ti lascio andare per la tua strada. Ma non ti abbandono: prego per te, perché Dio, nella sua misericordia, possa ottenere quello che io non sono riuscito a ottenere.

Capite bene, allora, che il cuore di tutto questo non è stabilire chi ha ragione e chi ha torto, e non è nemmeno imporre a qualcuno la scelta "giusta". È cercare il bene del fratello, metterlo nella condizione più favorevole possibile per potersi correggere. Il timore vero non è che le cose vadano bene o vadano male: è che lui si perda.

 

E questo ci porta dritti al secondo punto: il sacramento della confessione. Gesù sta parlando ai suoi discepoli, e non parla semplicemente del perdono che ciascuno di noi può concedere a un altro nella vita di ogni giorno. Usa una formula precisa: "Quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo, e quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo". Questa è lo scopo del sacramento. E ci fa capire una cosa importante: lo scopo della confessione non è riparare un danno, come se fosse un risarcimento. Lo scopo è la conversione del peccatore, il cambiamento della sua vita.

Quei "legami" di cui parla Gesù, allora, non indicano che esistano peccati impossibili da perdonare. Indicano che a volte mancano le condizioni perché il perdono possa davvero operare: forse la persona non è pentita, oppure — pur riconoscendo che si tratta di un errore — non è disposta a lasciarlo, a mettervi fine. Ecco perché Papa Francesco ha insistito tanto su questo punto: il sacramento della confessione non è un tribunale che condanna. È il luogo dove il penitente incontra la misericordia di Dio, e viene messo nella condizione più favorevole per convertirsi. Ma se lui non vuole compiere questo passo, il perdono, per quanto offerto, non può diventare efficace in lui.

 

E arriviamo così alla terza parte: la preghiera comunitaria. Gesù non ci sta dicendo che pregare insieme valga di più, o di meno, rispetto a pregare da soli, e non ci sta dicendo che lui ascolti una preghiera più dell'altra. Dice: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome" — cioè uniti nel desiderio di fare ciò che Lui vuole. E lavorare insieme, camminare insieme, è una delle prove più forti dell'amore reciproco. Quando preghiamo insieme, non mandiamo a Dio soltanto le nostre parole e le nostre richieste: gli mostriamo che stiamo vivendo secondo il suo insegnamento, che ci amiamo come Lui ci ha amati.

E questo dovrebbe farci riflettere sulle nostre celebrazioni, a cominciare dalla Messa domenicale. Siamo sicuri che siano davvero un segno di amore reciproco? Che esprimano il desiderio di stare insieme, che mostrino l'unità delle nostre intenzioni? Se veniamo a Messa e non ci accorgiamo nemmeno di chi ci sta accanto; se magari evitiamo qualcuno perché in questo momento non c'è un buon rapporto tra noi; se ci limitiamo a recitare le preghiere e a cantare, senza sentirci parte della famiglia che sta celebrando insieme — allora quelle preghiere sono svuotate proprio del loro significato più vero. Gesù non ha chiesto ai suoi discepoli di essere semplicemente figli obbedienti. Ha chiesto loro di amarsi l'un l'altro: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri".

Ah, come vorrei che le nostre celebrazioni fossero precedute e seguiti da un saluto, un abbraccio, uno scambio di informazioni, un momento di amicizia. Non siamo robot venuti a compiere un dovere, ma fratelli e sorelle che si ritrovano nella casa del Padre per celebrare la loro unione.

 

Allora, cosa ci chiede Gesù, questa settimana? Di guardare i nostri fratelli e le nostre sorelle con occhi di compassione, con il desiderio di aiutare, evitando ogni giudizio. Di rinunciare a ogni pettegolezzo, e di parlare prima con la persona interessata, prima di parlarne con altri. Di essere misericordiosi, così come è misericordioso il Padre nostro che è nei cieli.

Post popolari in questo blog

Le nostre priorità

Che fatica prepararsi

Lottare contro la mondanità