Perdonare l'impossibile
Il debito impossibile ( Mt 18,21-35 )
C'è una parola che usiamo spesso, quasi con leggerezza, e che invece nasconde un significato enorme: perdonare. In latino è "per-donare": donare fino in fondo, donare senza trattenere nulla per sé. Non è un piccolo gesto di cortesia. È un dono totale, senza condizioni. E oggi il Vangelo ci chiede: siamo davvero capaci di un dono così?
Partiamo da un'esperienza che forse conosciamo bene. Guardiamo una persona particolarmente noiosa, o con tanti difetti, e dentro di noi sale la domanda: "Ma quante volte devo ancora perdonarla?" E se qualcuno mi chiedesse: "Ma tu non ti stufi mai?", risponderei sinceramente: io sì. Dio no.
"Mi fa arrabbiare." "Mi fa perdere tempo." "Mi ha deluso." "È incorreggibile." "Non capisce la mia situazione." Quante scuse sappiamo trovare per non perdonare! Ma esistono, invece, dei motivi veri per farlo?
Prima di rispondere, chiediamoci: che cos'è davvero il perdono? È qualcosa di difficile da praticare, sì, ma prima ancora è difficile da capire.
Il fatto che io possa perdonare non dipende da chi ha sbagliato — dal fatto che si penta o no. Non può essere condizionato dalla sua risposta. Dipende, invece, dall'amore di chi concede il perdono. E l'amore di Dio è infinito. Spesso è solo dopo aver sperimentato questo amore che una persona si accorge davvero della gravità dei propri sbagli, e cambia vita.
E c'è un secondo equivoco da chiarire: perdonare non significa fare finta che non sia successo nulla. Non significa che ciò che è stato rotto, ciò che è stato ferito, resti come se niente fosse. Il perdono non cancella la realtà: la attraversa.
Gesù, come sempre, ce lo spiega con una parabola. E come sempre nelle sue parabole, l'ambientazione è verosimile, i fatti sono credibili — ma a un certo punto irrompe un elemento sproporzionato, esagerato, che cattura l'attenzione. Ed è proprio quell'esagerazione a rivelarci come agisce Dio: in un modo completamente fuori dalla nostra portata.
Nella parabola di oggi, l'elemento esagerato è la grandezza del debito — e di conseguenza, la grandezza della bontà del padrone. Un servo deve restituire al padrone una cifra folle: diecimila talenti. Il talento non era una moneta, ma una quantità di metallo prezioso, circa trentatré chili. Un servo guadagnava un denaro al giorno; per accumulare un solo talento gli sarebbero serviti circa diecimila giorni di lavoro — trent'anni. Facciamo un attimo il conto: stiamo parlando di un debito semplicemente impossibile da restituire.
Eppure il padrone è disposto a condonarlo. Solo perché il servo lo implora. Verrebbe da pensare: è pazzo, o è ingenuo. Come ha permesso che si accumulasse un debito simile? Nessun essere umano lo farebbe, ma Dio agisce esattamente così — e non è né pazzo né ingenuo. Ci dà continuamente, senza mai misurare quanto ci dà ogni giorno. Ci chiede solo, in cambio, di ricambiare il suo amore. Chi di noi potrebbe mai ripagare Dio per tutto ciò che ci ha dato negli anni, e che continua a darci? Basti pensare alla vita, alla salute, alla famiglia, agli amici. Eppure, spesso, non ci rendiamo nemmeno conto di ciò che abbiamo ricevuto — e a volte lo roviniamo con il nostro egoismo.
Il servo, a questo punto, dovrebbe aver imparato la lezione. E invece impara solo che i debiti non vanno accumulati — non impara a vivere come vive Dio. Così, davanti alla piccola possibilità di farsi restituire cento denari da un compagno — appena tre mesi di stipendio — perde la testa. Diventa spietato. Incapace di amare, incapace di perdonare.
Il padrone lo richiama, e questa volta lo punisce. Ma non per il debito. Lo punisce perché non ha imparato la lezione, perché si è dimostrato incapace di amare — e così ha perduto la sua identità di figlio. Questa, in fondo, è la vera punizione: restare per sempre prigionieri del nostro egoismo, finché non impareremo ad amare in modo disinteressato. È questo, in realtà, il solo modo per "ripagare" il nostro debito con Dio.
Ed eccoci al cuore della riflessione di oggi: l'amore.
Crediamo di saper amare solo perché proviamo attrazione per qualcuno, affetto per qualcun altro — e con loro siamo generosi, di complimenti, di regali, di tempo. Ma questo, da solo, non è ancora vero amore: è un amore interessato. Amiamo quelle persone perché ci rendono felici, perché ci sono vicine. Ma se una di loro ci tradisse, non esiteremmo a cacciarla dalla nostra vita, o magari a vendicarci. Era davvero amore, quello?
Pensiamo a quanti matrimoni finiscono per cose piccole. Eppure, il giorno delle nozze, non dicevano di sposarsi per amore? Spesso sentiamo dire: "L'amore è finito." Ma no — l'amore, se è vero, non finisce mai. Quello che finisce è l'illusione in cui abbiamo vissuto, la soddisfazione che ricevevamo dalla relazione. E questo non è amore: è egoismo travestito.
Tutti i giorni pecchiamo, tutti i giorni ci allontaniamo da Dio. Ma lui non ci ha mai cacciati. Anzi, ha mandato suo Figlio a morire in croce per noi, a pagare il nostro debito. Questo è il vero amore.
Ogni giorno Dio perdona i nostri sbagli, i nostri tradimenti — non perché ce lo meritiamo, ma perché siamo suoi figli. E se siamo figli di Dio, ne condividiamo la natura. Per questo troviamo la nostra vera realizzazione, la nostra vera felicità, non quando ci vendichiamo, ma quando perdoniamo — cioè quando agiamo come lui.
La domanda, allora, non è più "quante volte devo perdonare". È un'altra: oggi, chi porto ancora legato al mio conto dei debiti — e sono pronto a lasciarlo andare, come Dio ha fatto con me?