Grazie, ma non ho fame

Quando si rifiuta un invito a nozze 

Nel Vangelo vediamo spesso Gesù a tavola, a volte con i peccatori, a volte con i farisei. La tavola è uno dei suoi luoghi preferiti per parlare e insegnare, forse perché lì cadono le difese e le polemiche e si diventa più disposti ad ascoltare.

Anche oggi Gesù ci porta a tavola: il Regno dei cieli è simile a un re che prepara il banchetto di nozze per suo figlio. Il re è Dio Padre e il figlio che si sposa è Gesù. Ma chi è la sposa? La sposa è l'umanità, siamo noi. Questo è il primo punto che vorrei fissare.

1. Non siamo semplici ospiti: siamo la sposa

Nella Bibbia il banchetto è l'immagine della gioia che Dio prepara per il suo popolo. L'abbiamo sentito nella prima lettura: il Signore prepara sul suo monte un banchetto di cibi succulenti per tutti i popoli. Per secoli i poveri, gli oppressi, quelli che faticavano su una terra sassosa hanno sognato quel giorno, quando Dio stesso avrebbe imbandito la tavola per loro.

Gesù ci dice che quel giorno è arrivato. In Lui, Dio ha voluto stringere con noi un legame d'amore eterno, come quello tra due sposi. Questo cambia tutto. Un ospite può anche non venire, e la festa si fa lo stesso. Ma se manca la sposa, non c'è matrimonio. Dio non ci invita per riempire dei posti a tavola: ci invita perché senza di noi la festa non ha senso. Siamo attesi, desiderati, amati.

E il re invita tutti. I capi del popolo, i sacerdoti, i farisei si consideravano già benedetti e si aspettavano i posti d'onore, mentre i poveri e i malati erano considerati esclusi. Gesù, come sempre, ribalta le cose. I primi invitati rifiutano, e la sala si riempie di gente raccolta ai crocicchi delle strade, buoni e cattivi. Nessuno è escluso dall'invito di Dio, nessuno è troppo povero, troppo lontano o troppo peccatore.

2. Perché diciamo: "Grazie, ma non ho fame"?

E allora sorge una domanda: come si può rifiutare un invito così? Un banchetto del re, il posto della sposa, eppure gli invitati non vanno. Uno ha il suo campo, uno i suoi affari. Altri si arrabbiano addirittura e maltrattano i servi che li chiamano.

Pensate a quando un bambino, prima di pranzo, si riempie di patatine e caramelle. Poi arriva in tavola il piatto migliore, preparato con amore dalla mamma, e lui dice: "Non ho fame". Il cibo è buono, ma l'appetito se n'è andato.

Succede lo stesso a noi. La nostra vita è piena di cibo spazzatura: cose dolci al palato che ci rovinano la salute e soprattutto ci tolgono l'appetito per le cose di Dio. Siamo così presi dai nostri impegni, dai nostri interessi, dalle nostre preoccupazioni, che quando qualcuno cerca di distoglierci ci irritiamo e diventiamo perfino aggressivi.

Guardiamoci un momento. Siamo a tavola con la famiglia o con gli amici, e passiamo il tempo al telefono a scrivere a chi non c'è. Andiamo in gita o visitiamo un luogo bello, e invece di guardare e ascoltare siamo occupati a fare foto da pubblicare. Siamo in contatto con chi è lontano, ma non riusciamo più a comunicare con chi ci sta davanti. Abbiamo il senso del consumare, ma abbiamo perso il senso della festa, cioè della gioia di stare insieme.

Il risultato è che restiamo soli, chiusi in noi stessi, convinti di avere tutto, senza accorgerci che ci manca proprio la cosa più importante: lo scopo stesso della nostra vita, essere con Dio e con i fratelli. Il Signore ci dice: lascia queste cose che non ti saziano, e vieni a godere la vita che ho preparato per te.

3. L'abito nuziale: la carità

C'è poi un dettaglio che ci sorprende. Il re entra nella sala, vede uno senza l'abito nuziale e lo fa cacciare. Viene spontaneo pensare: ma se li ha raccolti per strada, come poteva pretendere che fossero vestiti a festa?

Nella tradizione ebraica era lo sposo stesso a regalare agli invitati un mantello, un po' come la nostra bomboniera. Era un dono prezioso, ma era anche un segno di riconoscimento: chi lo indossava si faceva riconoscere come amico dello sposo. Quell'uomo, dunque, non era povero: aveva rifiutato il dono.

Che cos'è questo abito? Sant'Agostino osserva che, se fosse stato un abito esteriore, i servi se ne sarebbero accorti alla porta. È quindi un abito interiore, e lui dice che l'unico abito degno delle nozze del Figlio di Dio è la carità. Solo gli occhi del padrone di casa possono vedere se dentro di noi c'è l'amore.

Dio non ci chiede regali, ci chiede di cambiare vita. Non si può partecipare alla festa del mondo nuovo continuando a pensare come il mondo vecchio, sedere alla tavola di Dio e rimpiangere quella del mondo. Fare finta di stare con il Signore ma vivere secondo il proprio egoismo ci lega mani e piedi, come dice la parabola: le mani non sono più capaci di fare il bene, i piedi non ci portano da nessuna parte, e finiamo nel buio della solitudine e del vuoto invece che nella luce della festa. Ma ricordiamolo bene: in quel buio non ci ha messo Dio. Lui ci aveva invitati e ci aveva offerto il suo mantello.

Conclusione

Allora, fratelli e sorelle, a questa festa non siamo spettatori: sono le nostre nozze. Lo Sposo ci aspetta e ci offre l'abito della carità. Vi presentereste al vostro matrimonio con vestiti vecchi e strappati?

Questa settimana proviamo a fare un piccolo digiuno dal "cibo spazzatura" che ci toglie l'appetito: un po' meno telefono a tavola, un po' più di ascolto di chi ci sta accanto, un gesto concreto di carità. Così torneremo ad avere fame di Dio, e a sederci con gioia alla sua tavola.

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