Un nuovo inizio. Come? Verso dove?
Vocazione e predicazione
Il Vangelo di oggi ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù e la chiamata dei primi discepoli. Matteo racconta che Gesù torna in Galilea, ma non si ferma a Nazareth, il paese dove era cresciuto e dove vivevano i suoi parenti. Sceglie invece di trasferirsi a Cafarnao. Perché questo cambiamento?
Probabilmente perché a Nazareth non avrebbe potuto annunciare liberamente il Vangelo. Gli abitanti, vivendo in un ambiente rurale e isolato, erano molto chiusi e tradizionalisti. Non erano pronti ad accogliere la nuova immagine di Dio che Gesù voleva rivelare. Lo vediamo in due episodi: quando rifiutano il suo messaggio e tentano di buttarlo giù dalla rupe, e quando, scandalizzati dalle sue parole, mandano qualcuno a prenderlo credendolo fuori di sé. Da questi fatti emerge la loro idea di un Dio rigido, che punisce i peccatori, che protegge solo i figli di Abramo e che chiede forza e dominio sugli altri.
Cafarnao, invece, era un luogo di passaggio, vicino al confine, abitato da persone abituate a convivere con culture diverse. Un ambiente più aperto, più libero, più disposto ad ascoltare.
Matteo aggiunge un’altra motivazione: il trasferimento di Gesù realizza l’unica profezia dell’Antico Testamento che parla della Galilea. È la profezia di Isaia: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce…». Isaia si riferiva alla devastazione portata dagli Assiri e alla speranza di una liberazione politica. L’evangelista rilegge questa profezia e la applica a Gesù: è Lui la luce che rischiara le tenebre del mondo e di una religione vissuta in modo distorto.
È in questo contesto che Gesù inizia a predicare: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino». Convertirsi non significa cambiare qualche comportamento, ma cambiare mentalità: lasciare le logiche del mondo e accogliere il modo di pensare di Gesù. La nostra società mette al primo posto il denaro, il potere, il piacere; poi vengono la famiglia e gli amici; e solo in fondo Dio. Nel Regno di Dio, invece, la scala dei valori è capovolta: grande è chi si mette all’ultimo posto per servire.
Proprio qui Matteo inserisce la chiamata dei primi discepoli. Gesù cammina lungo il mare e vede Simone, chiamato Pietro, e suo fratello Andrea mentre gettano le reti. Dice loro: «Seguitemi». Una scena semplice, quotidiana, ma carica di significato. Non si parla della vocazione dei preti o delle suore, ma della vocazione di ogni discepolo: cosa deve fare chi vuole entrare nel mondo nuovo di Gesù.
Gesù passa, Pietro lavora: è nella vita di ogni giorno che il Signore ci viene incontro. È lì che ci chiama, è lì che scopriamo la nostra vocazione.
Simone, Andrea e Giovanni avevano già incontrato Gesù al Giordano, come racconta il Vangelo di Giovanni. Avevano ascoltato il Battista, avevano fatto un cammino di penitenza e di conversione. In quell’occasione Gesù aveva dato a Simone il nome di Pietro. Per questo, quando lo rivedono in riva al mare, lo riconoscono e non esitano a seguirlo: non è uno sconosciuto.
Anche noi comprendiamo la nostra vocazione a due condizioni.
La prima: avere il desiderio di cercare e incontrare Gesù. La preghiera è il sottofondo necessario che ci permette di riconoscerlo quando passa nella nostra vita concreta.
La seconda: intraprendere un cammino di conversione, riconoscere le nostre fragilità e desiderare di cambiare. Gesù suggella questo desiderio dandoci un nome nuovo, cioè una nuova identità. A Simone dà il nome di Pietro, la roccia; a noi dà il nome di “figli amati”. Quando scopriamo che il suo amore supera le nostre mancanze, rispondiamo con più entusiasmo alla sua chiamata.
Dopo Pietro e Andrea, Gesù chiama anche Giacomo e Giovanni: si ricompone così il gruppo che aveva incontrato al Giordano.
Che cosa fanno coloro che accolgono la chiamata di Cristo? Abbandonano la loro professione? No. La vocazione non ci toglie dal mondo, ma ci inserisce nella Chiesa con un ruolo nuovo. Le amicizie e le relazioni non scompaiono, ma acquistano un valore diverso: quello della condivisione dell’unico ideale.
Pietro continuerà a pescare, ma il suo lavoro avrà un altro scopo e un’altra luce. Così anche per noi: prima lavoravamo per realizzarci, per avere successo, per costruire la nostra vita. Dopo la conversione, il lavoro diventa un servizio. Ci guida la gioia di sapere che, attraverso ciò che facciamo, qualcuno può essere sollevato, consolato, aiutato. Non contano solo le competenze, ma il modo di relazionarci, le motivazioni profonde, il desiderio di portare pace e bontà.
Pietro non smette di usare la barca: cambia il cuore con cui la usa. La vocazione è questo: fare le stesse cose di sempre, ma con priorità e motivazioni nuove.
C’è un ultimo dettaglio significativo: Gesù aveva già cambiato il nome di Simone al Giordano, ma lo chiama alla sequela solo mesi dopo. Il Signore ci chiama quando vuole Lui, quando ne ha bisogno. A noi spetta essere pronti a riconoscerlo.
Per questo, quando Matteo dice che i discepoli “lasciarono le reti e lo seguirono”, non significa che cambiarono mestiere, ma che cambiarono il modo di vivere il loro lavoro: Cristo diventa la priorità e il criterio di ogni scelta.
Cari fratelli e sorelle, tutti noi abbiamo una vocazione: non solo quella di essere cristiani, ma quella di testimoniare la fede nella vita quotidiana. Non siamo chiamati a fare cose straordinarie, ma a fare le cose di sempre con uno stile nuovo, con motivazioni nuove, con uno sguardo più aperto, capace di riconoscere il modo sorprendente in cui Dio si fa presente. E Dio, attraverso di noi, potrà raggiungere e illuminare molte persone che incontreremo sul nostro cammino.