La fede che non cancella l'uomo

 "Stai dietro a me": la fede che non cancella l'uomo

Buongiorno e bentornati! Domenica scorsa avevamo lasciato Pietro nel suo momento più bello: davanti a Gesù che gli chiede "voi chi dite che io sia?", lui risponde senza esitazioni: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Una professione di fede impeccabile, tanto che Gesù stesso lo elogia e gli dice che quelle parole non gliele ha suggerite un uomo, ma il Padre.

Il vangelo di oggi è la continuazione diretta di quella scena. Non è un episodio nuovo, è lo stesso momento, forse a distanza di pochi minuti. E qui vediamo un Pietro completamente diverso — almeno all'apparenza. Un Pietro che si oppone al piano di Gesù, tanto che Gesù è costretto a rimproverarlo, chiamandolo addirittura satana.

Come è possibile un capovolgimento così repentino? Proprio questo particolare ci insegna qualcosa di molto importante per la nostra vita: non importa quanto sia forte la nostra fede, essa non cancella le nostre caratteristiche umane. Può illuminarle, può darci la capacità di gestirle nel modo giusto, ma non le sostituisce automaticamente. Quel lavoro tocca a noi farlo, ogni giorno.

Per Pietro, sapere che Gesù è il Messia è importante, importantissimo. Ma Gesù per lui è prima di tutto il maestro, e soprattutto l'amico. Non vuole perderlo. E poi c'è un altro elemento: secondo la fede di Israele, il Messia doveva venire a restaurare il regno di David. Andare a Gerusalemme sembrava l'occasione perfetta per farlo; ma come si fa a restaurare un regno se si muore? Dal punto di vista umano, Pietro ha tutte le ragioni. Il problema è che i piani di Dio non sono i nostri piani: Dio non ragiona in modo umano.

È in questa chiave che va letta la celebre frase di Gesù. Per anni l'abbiamo sentita tradotta "vade retro Satana", vai lontano da me, Satana. Ma è una traduzione fuorviante: Gesù non manderebbe mai nessuno lontano da sé, lui è venuto proprio per attirare tutti a sé. La traduzione corretta è "stai dietro a me". Pensiamoci bene: Gesù e i suoi stanno per mettersi in cammino verso Gerusalemme. In quel cammino Gesù deve stare davanti, è lui che indica la strada. Se Pietro si mette davanti, non è più un discepolo che segue, ma diventa un ostacolo. E "satana", in ebraico, significa proprio questo: l'ostacolo, colui che ci fa inciampare e cadere.

Ecco allora il primo messaggio di oggi: nel cammino della nostra vita, la guida non siamo noi, deve essere Gesù. Se prendiamo noi il comando, faremo scelte solo umane, con tutto il rischio di sbagliare che questo comporta. Noi siamo discepoli di Cristo, e un discepolo impara a ragionare come il maestro, va dove andrebbe lui, fa quello che farebbe lui. Qualcuno potrebbe chiedersi: anche quando le scelte sono difficili, rischiose? Soprattutto allora, perché è proprio lì che abbiamo bisogno della garanzia che lui cammina con noi.

Ed è a questo punto che Gesù apre la seconda parte del discorso: il tema della croce. Fermiamoci un attimo su un punto che dobbiamo avere chiaro: la morte di Gesù in croce non è stata né uno sbaglio né una sconfitta. È stata una scelta, fatta per amore. Lui stesso lo dirà, nell'ultima cena: "Non c'è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici".

E qui vorrei che ci pensassimo insieme, con un esempio molto concreto. Il vero amore per una persona cara non lo si mostra nelle feste, o quando tutto va bene. Il vero amore si vede nei momenti difficili: quando siamo disposti a sacrificare noi stessi, il nostro tempo, le nostre risorse, per stare vicino a chi amiamo e aiutarlo. Pensate a quanti sacrifici avete fatto voi per la vostra famiglia, per i vostri figli, per costruire una casa o garantire loro un futuro. Le cose belle e importanti della vita si ottengono sempre dopo un lavoro duro, in cui si sacrificano tempo, denaro, giorni di festa.

Le case solide sono quelle con le fondamenta profonde e i muri di pietra. Ma le fondamenta vanno scavate, e le pietre vanno trasportate e posate una per una, nel punto giusto. E questo costa fatica. È una legge quasi universale: quando otteniamo qualcosa senza sforzo, la dimentichiamo in fretta. Quando invece dobbiamo sudare per averla, ce la teniamo stretta, la proteggiamo.

Ecco allora cosa vogliono dire quelle parole difficili di Gesù, "salvare la vita" o "perderla": significa essere disposti a sacrificare le cose esterne, temporanee, quelle che sembrano belle ma hanno poca consistenza, per costruire invece le cose durature, quelle vere, le uniche capaci di dare una felicità che rimane nel tempo.

E qual è la cosa più importante della nostra vita? Non è forse la salvezza, la fede, l'unione con Dio — l'unico eterno, l'unico che davvero ci protegge? Ma essere fedeli è difficile, e richiede sacrificio. Questa è la nostra croce di ogni giorno. Gesù non ci chiede di morire martiri: ci chiede di morire, ogni giorno, nelle piccole cose.

Dobbiamo far morire il nostro orgoglio, per costruire amicizia. Far morire il nostro egoismo, per costruire solidarietà. Far morire la superbia, per costruire vicinanza e capacità di ascolto. Far morire la comodità e il lusso, per imparare a vedere il bisogno degli altri e a servirlo. E soprattutto, dobbiamo far morire la ricerca ossessiva di sicurezza, per costruire, al suo posto, la fiducia in Dio.

Lasciamoci allora accompagnare questa settimana da una sola domanda: in quale piccola cosa, oggi, sono chiamato a stare dietro a Gesù invece che davanti a lui? Buona settimana a tutti, e a domenica prossima.

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