Vivi o morti?
LA VITTORIA SULLA MORTE
Oggi voglio parlarvi di qualcosa che, in fondo, riguarda tutti noi. La vita. Quella vera. E di chi, duemila anni fa, ha avuto il coraggio di dire: "Chi crede in me non morirà mai."
Già. Parole grandi. Forse troppo grandi. Proviamo a capire cosa voleva dire davvero.
In queste domeniche di Quaresima abbiamo fatto un percorso insieme. Abbiamo incontrato Gesù obbediente al Padre, poi il Figlio prediletto, poi l'acqua che dà vita, poi la luce del mondo. Ogni tappa ci ha avvicinato un po' di più a capire chi è questo personaggio straordinario.
E oggi arriviamo al cuore. Gesù dice di sé stesso: "Io sono la resurrezione e la vita."
Bella affermazione. Ma aspetta — perché se fosse letterale, qualcuno in duemila anni avrebbe dovuto vivere per sempre, no? Eppure non è andata così. Nessuno di noi conosce qualcuno che abbia superato cento venti anni, figuriamoci l'eternità.
Quindi… o Gesù si sbagliava, oppure stava parlando di qualcosa di completamente diverso.
Io penso — e lui stesso ce lo suggerisce — che la vita eterna di cui parla non sia quella che inizia dopo la morte. È quella che puoi iniziare adesso. Subito. Oggi e prosegue anche dopo la morte assieme a Lui.
È la vita piena. Quella che ha un senso, un peso, una direzione. Quella in cui fai cose che durano perché sono vere, non perché sono popolari o convenienti.
E allora, capovolgendo il ragionamento: se c'è una vita che vale la pena di chiamare "vita", ce n'è anche una che non lo merita.
Ci sono persone che camminano, mangiano, parlano… ma sono già morte. Dentro.
Conosci quel tipo di esistenza? Svuotata, piatta, che rincorre cose che appassiscono subito? Io sì, e immagino che anche tu, in qualche momento della tua vita, l'abbia incontrata.
Penso a chi ha centinaia di amici virtuali e non sa amare chi dorme sotto lo stesso tetto. A chi discute di crisi globali sui social e poi non vede la persona seduta accanto a lui che ha bisogno solo di un ascolto. A chi è così concentrato su se stesso da non riuscire più a stupirsi di nulla — non di un tramonto, non di un sorriso, non di niente.
Quella, dice Gesù, non è vita. Quelli sono frutti che sembrano belli oggi… e domani li butti via.
Nel Vangelo di oggi c'è una storia che mi affascina sempre. È la storia di Lazzaro, il grande amico di Gesù, che si ammala e muore.
E la cosa interessante non è tanto il miracolo. È tutto quello che succede prima.
Gesù viene avvisato che Lazzaro sta male. E lui… aspetta. Non parte subito. I discepoli si agitano, hanno paura, qualcuno dice "andiamo a morire tutti quanti." Quando finalmente arrivano, Marta — la sorella di Lazzaro — gli va incontro e gli dice: "Se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto." Poi arriva Maria e dice la stessa cosa. Poi la gente mormora: "Con tutti i miracoli che ha fatto, non poteva evitare che morisse?" E Gesù chiede di spostare la pietra dalla tomba. E anche lì: "No no, puzza già, sono quattro giorni." Tutti contro. Tutti a contraddirlo, a rimproverarlo, a dubitare.
Se non sapessimo come va a finire, dovremmo dire che hanno ragione loro. La logica è dalla loro parte. È Gesù che sembra fuori dal mondo.
E qui sta il punto. La logica di Gesù è diversa. Radicalmente diversa dalla nostra.
Noi, davanti a un problema, vogliamo evitarlo. Aggirarlo. Risolverlo il prima possibile. Gesù invece lo illumina. Lo usa. Lo trasforma in una porta.
Spesso, per farci capire davvero qualcosa di importante, ci lascia arrivare fino in fondo. Fino alla tomba dei nostri progetti. Fino a sentire — metaforicamente parlando — la puzza di quei piani che non ce l'hanno fatta.
Quante volte hai pregato perché il Signore risolvesse qualcosa per te? E invece di risolvere, le cose sono andate anche peggio? Sì. Può succedere. Perché non sempre il suo obiettivo è salvarci dalla difficoltà. A volte il suo obiettivo è portarci attraverso la difficoltà.
L'ultima cosa che voglio lasciarti, ed è quella che trovo più potente.
Gesù non ha salvato il mondo facendo miracoli. Non l'ha salvato guarendo i malati o moltiplicando i pani. L'ha salvato addossandosi i nostri peccati e portandoli con sé sulla croce. Nel momento più buio, più scomodo, più doloroso.
E la nostra missione — se vogliamo davvero seguirlo — non è trovare la vita comoda. È avere il coraggio di prendere la nostra croce. Quel peso che ci spaventa, quella cosa che eviteremmo volentieri.