Un dono che non finisce mai
La moltiplicazione dei pani Matteo 14, 13-21
C'è una parola, nel racconto della moltiplicazione dei pani, che rischia di passarci inosservata: "si ritirò". Prima ancora del miracolo, prima della folla, prima dei cinque pani e dei due pesci, c'è un uomo che si ritira. E vale la pena fermarsi proprio qui, all'inizio, perché è da questo ritiro che nasce tutto il resto.
Gesù sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua vita. Giovanni il Battista, suo amico, è appena stato ucciso. E non è solo il dolore per una perdita: è la scoperta che la stessa sorte può toccare anche a Lui. Giovanni era diventato scomodo, troppo popolare, troppo vero per i potenti del suo tempo. E Gesù sa che sta percorrendo la stessa strada. Deve decidere: continuare la missione, tra i poveri e la predicazione, sapendo che questo attirerà su di Lui non solo folle ma anche nemici — oppure fare un passo indietro, mettersi al sicuro.
Si ritira nel deserto. Non per fuggire, ma per pregare, per ascoltare, per capire. Ed è lì, in quel silenzio, che trova la risposta.
Ma il deserto, per quanto lontano e nascosto, non basta a fermare la gente. La folla lo raggiunge lo stesso. E Gesù, invece di sentirsi disturbato in quel momento di raccoglimento così necessario, ne sente compassione. Non riesce ad abbandonare chi ha bisogno di Lui e mostra così tanta fede.
Ed ecco che dal punto più basso, dalla crisi più profonda, nasce il miracolo più grande.
Due modi di guardare la realtà
I discepoli, a questo punto, vivono una giornata diversa da quella di Gesù. Sono stanchi ma soddisfatti: hanno visto miracoli, hanno visto folle, hanno respirato il successo. La loro fede forse è meno provata, meno sofferta di quella della gente che li circonda. E così, davanti al problema — troppa gente, niente pane — scelgono la soluzione più ragionevole: "Mandali via, che si arrangino."
Gesù non ragiona così. Non parte da ciò che è comodo, sicuro, gestibile. Parte dalle persone che ha davanti, dalla loro fede. E risponde: "Non occorre che vadano, date loro voi stessi da mangiare."
È qui che gli apostoli rilanciano, ma partendo dalla propria povertà: "Non abbiamo che cinque pani e due pesci." Traduciamolo con le nostre parole di oggi: siamo impotenti, non ce la faremo mai.
E qui arriva la lezione più bella di tutto il racconto. Gesù non disprezza la loro debolezza. Non la ignora. Chiede solo una cosa: portatela a me. "Portatemeli qui." Da lì, dalla debolezza consegnata, comincia il salto della fede che la folla, in fondo, aveva già fatto semplicemente venendo nel deserto a cercarlo.
La prima lezione: uscire da sé
Più ci chiudiamo nella nostra sicurezza, più restiamo prigionieri delle nostre paure. Il segreto per superarle è uscire, incontrare l'altro, lasciarsi provocare dalle sue richieste, senza temere di offrire il poco che abbiamo.
Ma attenzione a un dettaglio che potremmo perdere: i discepoli non danno il pane direttamente alla gente. Lo danno a Gesù, perché sia Lui a renderlo adatto al bisogno. Nell'incontro con chi è povero, non possiamo agire come protagonisti che risolvono tutto da soli, forti delle proprie capacità. Il nostro contributo deve passare attraverso Dio: è Lui che compie il miracolo, è Lui che trova le soluzioni vere.
Vale la pena fermarsi un istante e chiederci: quando incontro qualcuno che mi chiede aiuto, come mi sento? Disturbato? Incapace? Timoroso di fare brutta figura mostrando i miei limiti? E soprattutto: quanto lascio spazio a Dio in quella situazione, invece di voler risolvere tutto da solo?
La seconda lezione: un pane che è già Eucaristia
C'è poi una seconda chiave di lettura, più teologica. Quando Matteo racconta il gesto di Gesù — prende il pane, lo benedice, lo spezza — usa le stesse identiche parole dell'Ultima Cena, le parole che noi ascoltiamo ogni volta a Messa nella consacrazione.
Gesù, in quel deserto, non sta solo sfamando una folla affamata. Sta anticipando qualcosa di più grande: sta già dando se stesso come cibo, perché solo Lui può davvero saziare la fame profonda dell'umanità. E questo diventa possibile — è bene ricordarlo — solo perché qualcuno, prima, ha messo a disposizione la propria povertà, la propria debolezza.
Dodici ceste, e una domanda quasi ingenua
Alla fine tutti sono saziati. E ai discepoli restano dodici ceste di pane avanzato — una a testa. Quando doniamo il poco che abbiamo, Dio ci restituisce una grazia che nemmeno riusciamo a immaginare.
Mi sono chiesto, quasi per gioco: che ne avranno fatto, i discepoli, di quelle dodici ceste? Forse le hanno ridistribuite ancora alla gente, perché se le portassero a casa. Forse se le sono portate in barca, per il giorno dopo. Non lo sappiamo. Ma forse è proprio questo il punto: la grazia che riceviamo da Dio, anche quando è per noi personalmente, non va tenuta nascosta in un cassetto. Va reinvestita, rimessa in circolo, messa ancora al servizio di qualcun altro. Non è un regalo che si riceve una volta sola nella vita: è una sorgente che continua a zampillare dentro di noi. E con Dio funziona così: più doniamo, più riceviamo.
Buona domenica, e buona settimana a tutti.