Crescere o morire
CRESCERE E PORTARE FRUTTO
Matteo 13,1-23
Oggi il Vangelo ci offre una parabola conosciutissima, quella del seminatore. Ma attenzione: non è una parabola sul seminatore. È una parabola su di noi. Su di voi che mi state ascoltando, su di me che vi parlo. È una parabola sul terreno — cioè sul cuore.
Gesù racconta di un seme che cade su quattro tipi di terreno diversi. E quel seme è la Parola di Dio, che ogni giorno bussa alla nostra vita. La domanda che questa parabola ci pone non è "quanto è bravo Dio a seminare", ma piuttosto: che terreno sono io? Come accolgo io le provocazioni che Dio mi manda ogni giorno?
Proviamo a guardarci dentro, attraverso questi quattro terreni.
[Primo terreno]
Il primo è la strada. Un terreno battuto, compatto, dove il seme non riesce nemmeno a penetrare. Rappresenta l'indifferenza.
È la persona che non si preoccupa di approfondire, di fare proprio ciò che riceve. E allora basta poco. Il diavolo, dice Gesù, se lo porta via facilmente, distraendolo con cose più vistose, più attraenti.
Pensiamo a certe celebrazioni: un battesimo, un matrimonio, un funerale. C'è chi si sente in dovere di esserci, ma la testa è altrove. Non seguono quello che accade, parlano tra loro, magari masticano una gomma. Non sanno nemmeno recitare un Padre Nostro o un'Ave Maria per intero.
E capita spesso anche nella vita ordinaria della comunità: ci sono momenti di formazione, opere di carità, occasioni per crescere nella conoscenza di Dio, ma la gente non si sente attratta. Chi partecipa è sempre lo stesso piccolo gruppo, persone che hanno già una spiritualità solida. Purtroppo, dobbiamo dirlo con onestà: la maggior parte dei battezzati oggi appartiene proprio a questa prima categoria.
[Secondo terreno]
Il secondo terreno è quello roccioso. Il seme germoglia in fretta, ma non ha profondità, e al primo sole forte si secca. Rappresenta la mancanza di costanza.
Sono persone che partecipano, sì, che si entusiasmano, ma vivono in superficie. Il primo giorno sono pieni di fervore. Finché c'è aria di festa, ci sono. Ma appena l'impegno richiede più tempo, più fatica, appena arrivano le prime difficoltà, mollano. E si buttano sulla prossima novità, dimenticando tutto quello che avevano desiderato e imparato poco prima.
[Terzo terreno]
Poi c'è il terreno dei rovi, delle spine, che soffocano il seme prima che possa crescere davvero.
Anche questo gruppo partecipa alla vita della comunità, ma senza entusiasmo. Sono persone passive: gli piace stare in gruppo, ma non sanno, o non vogliono prendere iniziative, decidere, contribuire con qualcosa di proprio. Appena viene chiesto loro di assumersi una responsabilità, li assale il dubbio: "non ne sono capace", "non so come andrà a finire". E soprattutto la paura: paura di sbagliare, di fallire, di essere giudicati. E allora si tirano indietro.
[Quarto terreno]
E infine, il quarto terreno: quello buono, fertile.
Sono coloro che si lasciano provocare davvero dalla Parola di Dio. La prendono sul serio. Ogni occasione per crescere viene accolta: che sia un momento di preghiera, un incontro di formazione, una celebrazione, un'opera di carità, loro ci sono.
E qui la parabola ci dice una cosa bellissima: non importa se il frutto è trenta, sessanta o cento. Non ci sono vincitori e vinti. C'è solo gente che, un passo alla volta, cresce nell'amore di Dio, e scopre, piano piano, il senso della propria vita e la gioia di essere cristiani.
Applicazione
Fratelli e sorelle, ogni domenica siamo qui, a questa Messa. Ascoltiamo la Parola di Dio, ascoltiamo una breve spiegazione. E poi?
Quanto rimane davvero in noi di quella Parola una volta usciti dalla chiesa? Ci aiuta davvero a cambiare qualcosa nella nostra vita? Possiamo dire, onestamente, che usciamo diversi da come siamo entrati? Che oggi siamo un po' migliori rispetto a una settimana fa?
Sono domande scomode. Ma sono le domande giuste.
E c'è un'altra cosa da ricordare: Dio non ci parla solo attraverso il Vangelo della domenica. Ci parla anche attraverso le vicende della vita, sia quelle belle, che quelle più difficili, quelle che a volte non vorremmo nemmeno vivere.
La vera domanda, allora, è questa: siamo capaci di riconoscere la presenza di Dio in quello che ci capita, ogni giorno?
[Chiusura]
Non dobbiamo giudicare gli altri, chiedendoci a quale terreno appartengano. Dobbiamo guardare dentro noi stessi. E forse la verità è che, in momenti diversi della nostra vita, siamo stati un po' tutti e quattro questi terreni.
La buona notizia è che un terreno può cambiare. La strada può essere dissodata, le pietre tolte, i rovi estirpati. Questo è il lavoro di una vita, ed è il lavoro che la grazia di Dio, con la nostra collaborazione, può compiere in noi.
Che il Signore ci aiuti a diventare, giorno dopo giorno, terreno buono, capace di portare frutto.