Andiamo a Messa, perché?

 Il sacramento dell'amore                (Gv 6,51-58)

La festa che celebriamo oggi ci riporta al cuore del Giovedì Santo: siamo invitati a contemplare il mistero dell'Eucaristia, e insieme a interrogarci sulla qualità della nostra partecipazione ad essa.

Ogni settimana andiamo a messa. Qualcuno di voi forse ci va ogni giorno. Ma mi chiedo, e me lo chiedo anch'io, perché ci andiamo? Cosa cerchiamo, e cosa troviamo là?

Negli ultimi mesi della vita di mia madre, lei mi confidava che la cosa che le pesava di più era non poter ricevere la comunione quotidiana. Per oltre ottant'anni era andata a messa ogni giorno. Poi, quando andare in bicicletta era diventato troppo difficile e la messa feriale non era sempre disponibile in parrocchia, aveva perso quella presenza quotidiana. Partecipava ancora alla messa domenicale, portata dai miei fratelli; ogni giorno seguiva la messa in televisione, recitava le sue preghiere da terziaria francescana e il rosario. Ma non era la stessa cosa. Le mancava la comunione quotidiana.

Questo mi ha fatto, e continua a farmi riflettere profondamente. Cosa significava per una donna di oltre ottant'anni ricevere il corpo di Cristo? Cosa le donava quella piccola ostia, che nessun'altra preghiera sembrava poterle dare?

Devo confessare che solo a pensarci, mi vengono i brividi. Io, sacerdote, ogni giorno non solo ricevo la comunione, ma consacro il pane e il vino, rendo Cristo veramente presente perché altri possano riceverlo. Ho io la stessa fede di mia madre? È una domanda da cui non potrò sottrarmi per il resto della mia vita.

Quante volte partecipiamo alla messa in maniera distratta. Quante volte ci andiamo per abitudine, per consuetudine, perché così ci hanno insegnato, senza porvi lo stesso ardore, la stessa fame.

Eppure ricevere Cristo in noi è qualcosa di più che pregare. È anche qualcosa di più che ascoltare la sua Parola e meditarla. Ogni forma di preghiera ha la sua bellezza e il suo scopo. Ma l'Eucaristia ci mette in contatto con Cristo in modo diverso, più reale, più intimo, più profondo. Per questo la chiamiamo Comunione.

Pensate alla persona che amate di più: un figlio, un genitore, il vostro sposo o la vostra sposa, un amico del cuore. C'è differenza tra ricordare questa persona, o riflettere su ciò che vi ha detto e insegnato, oppure stare fisicamente con lei, condividere il tempo, lo spazio, il silenzio. È la stessa differenza tra parlare di Gesù e stare con Gesù.

Quando siamo a messa, siamo veramente alla sua presenza. Quando preghiamo, parliamo veramente a lui, non ripetiamo formule imparate a memoria, ma entriamo in relazione. E quando riceviamo la comunione, lui entra veramente in noi. Non resta dentro le mura di quella chiesa: esce con noi, cammina con noi per le nostre strade, entra nelle nostre case, incontra, attraverso noi, i nostri amici e i nostri familiari. Come ci benedice con la sua presenza, così, attraverso di noi, benedice anche loro.

Siamo davvero consapevoli di questa responsabilità? Di questa straordinaria opportunità? Come possiamo accostarci alla comunione senza desiderare che la nostra vita cambi, che diventi uno specchio dell'amore di Dio?

C'è ancora un pensiero che voglio condividere, e credo che anche questo fosse qualcosa che alla fine mancava a mia madre: quando siamo a messa, non siamo soli. Attorno a noi c'è gente che forse non conosciamo nemmeno. Eppure, attraverso l'Eucaristia, entriamo in comunione anche con loro. Questo sacramento ci chiede di costruire unità, di tessere relazioni basate sull'amore, sulla fede, sulla fiducia, sul perdono. Come possiamo allora accostarci alla comunione portando dentro di noi il rancore, l'odio, il desiderio di vendetta?

Oggi non celebriamo soltanto il dono più grande che Gesù ci ha fatto. Celebriamo anche il nostro impegno a vivere con amore la nostra relazione con lui — e attraverso di lui, con tutti gli altri. È per questo che Gesù ha istituito questo sacramento. Ed è per questo che oggi siamo qui, a riceverlo.