Un Amore aldilà dei nostri meriti
Domenica della Misericordia
Oggi è la Domenica della Misericordia. Non è una festa secondaria, non è una domenica come le altre. È il giorno in cui la Chiesa ci dice: guarda il volto di Dio. Guarda come ama davvero.
Il Vangelo ce lo fa capire dentro una stanza chiusa a chiave.
È la sera di Pasqua. Le donne hanno già annunciato la resurrezione. Pietro e Giovanni hanno visto la tomba vuota. Eppure i discepoli sono lì, nascosti, con le porte sbarrate. Perché? Hanno paura. E questa paura ha due facce.
La prima è la paura di fuori: i Giudei li cercano, potrebbero essere arrestati, picchiati, uccisi come Gesù. La seconda, e forse è quella più paralizzante, è la paura di dentro. Il senso di colpa. Hanno tradito Gesù. Sono scappati. Lo hanno lasciato solo sulla croce. E ora si chiedono: "Se Gesù è davvero vivo e torna, cosa penserà di noi?"
Conosciamo bene entrambe queste paure, vero? La paura del mondo fuori, del giudizio degli altri, di chi la pensa diversamente, di sembrare fuori moda se siamo cristiani. E quella dentro, il senso di non essere abbastanza, di aver sbagliato troppe volte, di non meritare il perdono.
Ed è esattamente qui, porte chiuse, cuori chiusi, che succede qualcosa di straordinario.
Gesù entra. Non bussa. Non aspetta il permesso. Non manda un messaggio. Viene e sta in mezzo a loro. E la prima cosa che dice non è un rimprovero, non è una lista di errori, non è "ve lo avevo detto". La prima cosa che dice è: "Pace a voi."
Ma poi fa una cosa inaspettata: mostra le mani e il costato. Le ferite sono ancora lì. La resurrezione non le ha cancellate. E questo è il cuore di tutto, il cuore della Misericordia.
Dio non si presenta a noi come se nulla fosse successo. Si presenta con le sue ferite. Come a dire: "Ecco quanto ti ho amato. Questi segni sono la prova che il mio amore per te è costato qualcosa. E nonostante tutto, eccomi qui."
Le ferite di Cristo non sono più segni di sconfitta. Sono la carta d'identità dell'amore di Dio. Sono la rivelazione di un Dio che non si vergogna delle sue cicatrici perché ogni cicatrice racconta una storia d'amore.
Ma quella sera mancava qualcuno. Tommaso non era lì.
Non aveva abbandonato la fede, non se n'era andato per sempre. Era fuori, a cercare risposte. Portava dentro un peso enorme: aveva tradito Gesù, era fuggito, e ora sentiva dire che Gesù era risorto. E un pensiero lo tormentava senza sosta: "Forse Gesù è arrabbiato con noi. Forse non ci perdona." Ma non si chiude come gli altri, va fuori a cercare.
Il Vangelo chiama Tommaso "Didimo", che significa gemello. Di chi è gemello? Nostro. Perché quella voce nel cuore di Tommaso, "non merito il perdono", "ho sbagliato troppo", "ormai è tardi", è una voce che conosciamo bene anche noi.
Quando gli altri gli raccontano dell'incontro col Risorto, Tommaso non ci crede. Vuole prove. Vuole toccare le ferite con le proprie mani. E noi spesso facciamo lo stesso: aspettiamo un segno, un miracolo, qualcosa che ci convinca che Dio è davvero lì, che ci vuole davvero bene, che il perdono è davvero possibile per noi.
Otto giorni dopo, Tommaso è lì. E Gesù ritorna.
E qui, qui sta tutto il senso della Misericordia.
Gesù non lo ignora. Non gli volta le spalle. Non dice agli altri "lasciatelo perdere, non ci crede". Va direttamente da lui. Gli dice: "Metti qua il tuo dito. Metti la tua mano nel mio costato."
Immaginate quell'attimo. L'imbarazzo di Tommaso. La gioia mista alla vergogna. Il senso di colpa che incontra un amore più grande. Gesù non lo rimprovera. Non fa sentire Tommaso un fallito. Gli offre esattamente quello di cui ha bisogno: il contatto con le sue ferite. Come a dirgli: "Non mi interessa quello che è stato. Ti ho scelto. Ti ho amato. Ti amo ancora. Ora rimboccati le maniche e vieni con me."
E Tommaso, travolto da quella misericordia disarmante, trova le parole più belle di tutto il Vangelo: "Mio Signore e mio Dio."
Non "ho capito tutto". Non "ora so spiegarlo razionalmente". Ma: sei mio. E io sono tuo.
Fratelli e sorelle, questa è la Misericordia di Dio. Non è un premio per chi non sbaglia. Non è un perdono condizionato al fatto che ce la meritiamo. È Dio che entra nelle nostre stanze chiuse, senza bussare, senza aspettare che siamo pronti, e ci mostra le sue ferite e ci dice: "Ti ho amato così. Ti amo ancora. Puoi fidarti di me."
Gesù soffia poi il suo Spirito sui discepoli. Il verbo usato è lo stesso della creazione del mondo, lo stesso di Ezechiele che soffia sulle ossa secche e ridà loro vita. È una nuova creazione che avviene in noi, non perché siamo diventati perfetti, ma perché siamo stati toccati dall'amore di Dio.
E allora le porte si spalancano. Non per eroismo. Non perché abbiamo trovato tutte le risposte. Ma perché chi si sente davvero amato non riesce a restare fermo.
Forse anche questa settimana le nostre porte erano chiuse. Forse ci siamo sentiti indegni, soli, schiacciati dal peso dei nostri errori. Forse anche noi, come Tommaso, abbiamo pensato: "Dio non può perdonare quello che ho fatto."
Gesù non ci chiede di non avere dubbi. Non ci chiede di essere senza paura. Ci chiede solo una cosa: di restare. Come Tommaso, che non ha abbandonato la comunità, che otto giorni dopo era ancora lì. E di lasciarci raggiungere da Lui.
Perché Lui entra nelle stanze chiuse. Sempre. Senza giudicare. Con le mani aperte e le ferite in vista.
Lasciamo che le parole di Tommaso diventino anche le nostre oggi: "Mio Signore e mio Dio." Non perché lo capiamo tutto. Ma perché lo amiamo, e sappiamo che Lui ci ama per primo.