Non sia turbato il vostro cuore

 "Io sono la via, la verità e la vita"  (Gv 14,1–12)

Siamo durante l'Ultima Cena. Giuda è appena uscito nel buio della notte. Gli undici rimasti fissano Gesù, e lui dice qualcosa che li gela: "Io sto per lasciarvi."

Per tre anni avevano abbandonato tutto — reti, famiglie, sicurezze — per seguire quest'uomo. Avevano costruito speranze, avevano cominciato a credere di essere finalmente arrivati al momento decisivo. E adesso? Adesso sembra che tutto stia per dissolversi. Si trovano di fronte al fallimento.

Il Vangelo usa una parola precisa per descrivere quello che sentono nel cuore: turbamento. In greco, è la stessa parola che si usa per descrivere le onde del mare in tempesta. Ecco cosa provano: un cuore in burrasca.

E noi? Anche noi conosciamo bene quella sensazione. Non è facile vivere secondo ciò che la coscienza ci ricorda. Troppe voci attorno a noi spingono in direzioni opposte. E Gesù è presente — lo sappiamo — ma non lo vediamo. E allora ci sentiamo soli contro il mondo, piccoli, fragili, in balia delle onde.

È a noi, come a loro, che Gesù dice: "Non sia turbato il vostro cuore."

 Non è una parola di consolazione generica. È un invito preciso: "Continuate a credere in Dio e nel Vangelo." Affidatevi alla mia parola. Lasciate che le vostre ansie si plachino. Noi siamo sempre concentrati sul momento presente — vogliamo che le cose si risolvano subito, a modo nostro. Ma Dio ha tempi diversi, soluzioni diverse. Se lasciamo il compimento delle cose nelle sue mani, allora la nostra ansia comincia davvero a placarsi.

Poi Gesù aggiunge: "Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore."

Quando sentiamo questa frase, pensiamo subito al Paradiso, al premio che ci aspetta dopo la morte. È giusto pensarci. Ma Gesù sta dicendo anche qualcosa d'altro, qualcosa di più immediato. Nel Vangelo, in varie occasioni, Gesù aveva chiamato il Tempio "la casa del Padre mio", e poi aveva detto: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo ricostruirò." Il vero tempio, la vera casa del Padre, è la Chiesa. E noi siamo le pietre vive di questa casa. Ciascuno ha il suo posto da riempire, il suo compito da compiere. Non siamo spettatori: siamo parti essenziali.

E quando dice "verrò a prendervi", il luogo dove Gesù ci attende non è solo alla fine del mondo. È già oggi, sul Calvario, nel dono della vita. La nostra vocazione nella Chiesa è la stessa sua: donare la vita.


È a questo punto che interviene Tommaso.

Tommaso è uno di noi. Persona concreta, intellettuale, che vuole avere le idee chiare prima di muoversi. Dice quello che tutti pensano: "Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?"

È una domanda onesta. È la nostra domanda.

E Gesù risponde con una di quelle frasi che, se ci fermiamo davvero ad ascoltarla, cambia tutto: "Io sono la via, la verità e la vita."

Tommaso si aspettava un itinerario. Una mappa. Una lista di cose da fare. Gesù invece gli offre una persona. Non un percorso, ma una relazione.

Loro pensavano che la via a Dio fosse l'osservanza dei comandamenti. Giusta cosa — ma Gesù dice qualcosa di più: la via è Lui stesso. Conoscere Lui è già camminare. Tutte le altre strade — quelle che promettono autorealizzazione, pienezza, felicità senza di Lui — si rivelano alla fine vicoli ciechi.

Tommaso vede dove sta portando la strada di Gesù: al Calvario. E ha paura, come noi. Perché anche noi facciamo fatica a donare la nostra vita — la riteniamo sempre come la cosa definitiva, la cosa che non si può perdere. Viviamo ancora nella logica di chi dice: "Approfitta dell'oggi, perché con la morte finisce tutto." Ma per Gesù la morte è solo una tappa verso la vita vera. Quella a cui siamo chiamati ad aspirare.


Poi si fa avanti Filippo. Il nome greco suggerisce che forse è il filosofo del gruppo. Ha capito che Gesù sta per tornare al Padre, e allora chiede, con semplicità disarmante: "Signore, mostraci il Padre e ci basta."

È un desiderio bellissimo. Ed è il desiderio più profondo di ogni essere umano — anche di chi non lo sa. Noi siamo fatti per l'infinito. Abbiamo dentro di noi una tensione naturale verso qualcosa che ci supera. Se non la riconosciamo per quello che è — un bisogno di Dio — cercheremo di riempirla con altre cose, altri piaceri, altri successi. E resteremo sempre insoddisfatti, cercando negli altri la causa della nostra tristezza.

Filippo voleva vedere il Padre, e non si era accorto che ne aveva l'immagine davanti. Gesù si è fatto uomo proprio per questo: per togliere tutte le maschere che le culture umane hanno messo sul volto di Dio, e mostrarci finalmente chi è davvero.

"Chi ha visto me, ha visto il Padre."


Cosa ci chiede questo Vangelo, oggi?

Ci chiede di smettere di cercare itinerari e cominciare a cercare una relazione. Essere cristiani non vuol dire semplicemente rispettare una lista di precetti imparati in catechismo. Vuol dire andare a vivere con Lui, come Lui. Il nostro andare all'Eucaristia non è obbedire a un comando: è dire di sì a una proposta d'amore.

La via esiste. Non è un'idea astratta. È una persona. E quella persona ci sta guardando adesso e ci dice: "Non sia turbato il vostro cuore."

Lasciamoci guardare. E ricominciamo a camminare.

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