Perché noi?

"Una domanda che ci rivela"  

VI Domenica di Pasqua – Anno C  (Gv 14,15,21)

Il Vangelo di oggi è una piccola parte di un discorso di Gesù sull’amore. Siamo durante l’ultima cena e Gesù sa che da lì a poche ore dovrà consegnare la sua vita a chi lo condurrà al Calvario.

Nel brano lungo c'è una domanda che sembra piccola, quasi timida, ma in realtà è esplosiva. La fa Giuda Taddeo: "Signore, come mai ti riveli a noi e non al mondo?"

È la domanda che, in fondo, ognuno di noi si porta dentro: perché io? Perché sono qui, in questa chiesa, a credere, mentre tanti altri non ci pensano nemmeno? Che cosa mi distingue?

Gesù non risponde direttamente. Non dice: "Perché siete i migliori, i più bravi, i più santi." Non è una questione di merito. Continua invece a parlare di amore — come se la domanda di Giuda non meritasse una risposta diversa da quella che stava già dando.

E questa è già la prima cosa che ci colpisce: Gesù non si distrae. L'amore è la risposta.

 Ma cosa intende Gesù per amore? Perché qui bisogna stare attenti. Viviamo in un mondo che usa la parola "amore" per dire quasi tutto, e così finisce per non dire niente.

Noi spesso confondiamo l'amore con due cose che gli assomigliano ma sono profondamente diverse: l'egoismo e l'emotività. Pensiamo che amare significhi stare bene, sentirsi amati, essere al centro dell'attenzione. E così ci chiudiamo in noi stessi — come un pugno chiuso — incapaci di ricevere davvero, e incapaci di dare.

L'amore di cui parla Gesù va nella direzione opposta. È cercare il bene dell'altro, non il proprio piacere. È aprire la mano, non chiuderla.

 Gesù dice: "Chi mi ama osserva la mia parola." Ma attenzione — la sua parola non è una lista di regole. È il comandamento dell'amore: ama Dio con tutto te stesso, e ama il tuo prossimo come te stesso.

E ci dà anche la misura concreta: "Quello che avete fatto al più piccolo, l'avete fatto a me." Non abbiamo bisogno di essere eroi, né santi, né scienziati. Basta dare un bicchiere d'acqua, fare una visita, ascoltare qualcuno. Gesti piccoli, ma reali. Basta vivere con coscienza il momento presente.

 Poi Gesù fa una promessa che dovrebbe fermarci di colpo: "Noi verremo e prenderemo dimora presso di lui."

Non dice: "Passerò a trovarti ogni tanto." Non viene come un ospite che beve il caffè e poi se ne va. Viene a stare. La Trinità — il Padre, il Figlio, lo Spirito — prende casa dentro di noi. Ne diventa, se vogliamo usare un'immagine forte, la padrona di casa.

Noi siamo portatori della Trinità. In qualsiasi momento della giornata, dovunque ci troviamo, qualunque cosa facciamo — non siamo soli. Lui è lì. Il problema non è che Dio si dimentica di noi. Il problema è che noi non lo lasciamo lavorare.

 E infine, il dono: "Vi lascio la pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi."

La pace del mondo è assenza di conflitti — fragile, dipende dalle circostanze, dura finché dura. La pace di Gesù è altra cosa: è una presenza, non un'assenza. È sapere che Dio è con noi, anche in mezzo alla tempesta.

Pensate a un bambino in braccio a suo padre. Non è che il pericolo scompare — ma il bambino non ha paura, perché sa che suo padre è più forte. Così è la pace che Gesù ci dona: non una vita senza problemi, ma una vita in cui non siamo soli ad affrontarli.

 Conclusione

Allora, torniamo alla domanda di Giuda Taddeo: perché Gesù si rivela a noi e non agli altri?

Forse la risposta è semplicissima: non perché siamo migliori, ma perché abbiamo aperto la porta. L'amore è la chiave — ce l'ha data lui, ed è in mano nostra. Possiamo usarla per chiuderlo fuori, o per lasciare le porte spalancate.

La domanda vera, allora, non è "perché io?" La domanda vera è: cosa faccio di questo dono?

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